Sto scrivendo queste righe dal Canada, anche se probabilmente leggerai questo articolo qualche giorno dopo.
Quello che vedi nella foto è un lago che sembra generato da un’AI.
Ma ti assicuro che è davvero così, anche dal vivo.
Sono qui da undici giorni con Alessandra, la mia compagna, e ci resterò in tutto due settimane.
Stiamo facendo un road trip da Calgary, in Alberta, fino a Vancouver, in British Columbia, attraversando alcuni dei parchi nazionali più famosi del Canada.
Mentre scrivo, dall’altra parte dell’oceano, i miei sistemi automatici stanno lavorando.
Aprono posizioni, le chiudono, spostano gli stop.
Senza chiedermi nulla.
Non è la prima volta che vengo in Canada.
Ma tra questo viaggio e il primo c’è una differenza importante. E se fai trading, o stai pensando di iniziare, forse puoi portarti a casa qualcosa di utile.
La prima volta ero venuto qui per lavorare: un anno dentro una fintech “startuppara” che faceva trading quantitativo “pesante”.
Monitor accesi, codice, mercati aperti davanti agli occhi per gran parte della giornata.
Questa volta, invece, il laptop è rimasto quasi sempre chiuso nello zaino.
Quasi.
Ed è proprio quel “quasi” il motivo per cui sto scrivendo questo articolo.
Perché durante il viaggio qualcosa si è rotto. E quello che è successo dopo racconta il trading automatico molto meglio di qualsiasi screenshot con un’equity verde.
In questo articolo ti racconto quanto hanno guadagnato i miei sistemi mentre io vivevo la mia vita, perché quel numero preso da solo non significa assolutamente nulla, cosa si è rotto, come l’ho gestito dall’altra parte del mondo e che cosa significa davvero la libertà che l’automazione può comprarti.
Che, ahimè, non è quella che ti hanno venduto.
Partiamo.
Questo sogno ha più di trent’anni
Il sogno che oggi ti vendono su Instagram la sdraio, il tramonto e il conto che sale da solo non l’ha inventato Instagram. E nemmeno uno dei social venuti prima.
Nel 1993 Alexander Elder scriveva Trading for a Living, uno dei libri di trading più conosciuti di sempre, e lo apriva con queste parole:
Puoi essere libero.
Puoi vivere e lavorare in qualsiasi parte del mondo.
Puoi essere indipendente dalla routine e non rispondere a nessuno.
Questa è la vita di un trader di successo.
Più di trent’anni dopo, il reel del trader in infradito in una villetta affittata è soltanto il remake di quella pagina.
Stesso sogno, ma in formato verticale, con una musica motivazionale e un montaggio migliore.
Il problema è che quasi nessuno cita mai le due righe successive.
Perché Elder, che è un trader professionista, continuava così:
“Molti aspirano a questo. Pochi ci riescono.”
Ecco, questo articolo parla esattamente di quello spazio lì.
Lo spazio tra la promessa della prima frase e l’onestà della seconda.
Uno spazio in cui sono appena passato anch’io, dall’altra parte del mondo, con sistemi automatici accesi e soldi reali sul conto.
E dopo anni, la verità è ancora questa: a volte funziona tutto dannatamente bene. Altre volte qualcosa si rompe e devi essere pronto a intervenire.
La libertà esiste, ma non significa che puoi smettere di essere responsabile.
Il mio primo Canada
Ti ho già accennato che in Canada ci avevo vissuto per lavoro.
Per un anno ho lavorato dentro una startup di trading algoritmico.
Ero un programmatore circondato, dalla mattina alla sera, da sistemi automatici e da quella poca AI che già si utilizzava all’epoca.
Se il sogno fosse davvero quello di «far lavorare le macchine al posto tuo», quello avrebbe dovuto essere il luogo più libero del mondo.
Ma era l’esatto contrario.
Orari, monitor, codice da consegnare, problemi da risolvere e sistemi da sorvegliare.
I sistemi erano automatici.
Io no.
È stata una delle lezioni più importanti della mia vita professionale, anche se ci ho messo anni per capirla davvero:
l’automazione, da sola, non libera nessuno.
Sposta soltanto il punto in cui serve l’essere umano. E non sposta di una virgola la responsabilità.
Tienila a mente, questa frase.
Perché tra poco tornerà, nel momento peggiore possibile.
Il secondo Canada: due settimane senza monitor
Questa volta niente ufficio, vacanza totale.
Tra fine giugno e inizio luglio, due settimane insieme ad Alessandra, tra Vancouver, Whistler, l’Alberta, le Montagne Rocciose e i ghiacciai.
Orsi, alci, wapiti, aquile calve, orche e una quantità di animali che fino a quel momento avevo visto quasi solo nei documentari.
E qui devo essere onesto: la promessa, almeno in parte, è vera.
Sono partito senza sospendere niente.
Nessun “chiudo tutto e riapro al ritorno”.
I sistemi hanno continuato a fare quello che fanno ogni giorno: analizzare, decidere, eseguire. Non ho guardato grafici, notizie o mercati per giorni interi.
Anni fa, nella mia era discrezionale, una cosa del genere sarebbe stata impensabile: una cosa del genere sarebbe stata semplicemente impensabile: i grafici venivano in vacanza con me.
E bastava poco perché la vacanza smettesse di essere davvero una vacanza.
Un controllo appena arrivati. Un’occhiata prima di cena. Un trade durante l’aperitivo, davanti a un tramonto o alle cinque del mattino.
Alessandra lo ricorda bene (purtroppo).
Questa volta no. Il tempo era mio.
E mentre io vivevo il viaggio, i sistemi continuavano a lavorare.
Intanto, dall’altra parte dell’oceano
Quando mi sono collegato per il controllo di metà viaggio, il report diceva:
7 operazioni eseguite, circa +6% di rendimento.
Lo screenshot perfetto.
Il post “alla Instagram” si chiuderebbe qui, con un “compra il mio bot per diventare ricco e vivere la vita che hai sempre sognato”.
Il mio articolo invece continua.
Perché due giorni dopo il telefono ha vibrato, e non era una notifica di profitto.
Poi il telefono ha vibrato
Alert automatico: TWS (IBKR): nessuna connessione ai server IB
TWS è la piattaforma di Interactive Brokers attraverso cui i miei sistemi inviano e gestiscono gli ordini sul mercato
Gira su una macchina remota accesa ventiquattro ore su ventiquattro.
E quella macchina, in quel momento, aveva smesso di comunicare con il broker.
Tradotto in italiano: i miei sistemi erano ciechi.
Con posizioni potenzialmente aperte o ordini da inserire.
E io ero dall’altra parte del pianeta, a fare aperitivo in un bosco ad aspettare di avvistare un alce.
Ora, fermati un secondo e nota una cosa: io l’ho saputo subito.
Non per fortuna, non perché “sentivo che qualcosa non andava”.
Perché anni fa ho scritto un sistema di monitoraggio il cui unico mestiere è controllare che tutto sia vivo, non avvisarmi quando le cose vanno bene ma urlare quando qualcosa non lo è.
Quell’alert è la riga di codice più importante che abbia mai scritto: è quella che mi permette di non guardare.
A volte la libertà non te la regala il codice più sofisticato, ma quello che ti avvisa quando il resto del codice si rompe.
Il resto è stato poco spettacolare.
Mi sono collegato da remoto alla macchina, ho riavviato quello che andava riavviato. Ho verificato le posizioni, controllato che gli ordini pendenti fossero al loro posto, guardato i log. Venti minuti dopo, era tutto operativo.
Sono tornato al mio aperitivo.
Niente panico, niente dramma. Ma non perché sono zen. Perché non era la prima volta: il guasto era previsto, la procedura esisteva, l’avevo già eseguita ed ero preparato.
C’è poi un dettaglio importante: ogni operazione inserita dai miei sistemi ha sempre uno stop loss inviato direttamente al broker. Quindi, anche se la mia macchina dovesse disconnettersi, l’ordine di protezione resta sul mercato e può essere eseguito senza che il sistema sia online.
Ecco il punto che il marketing salta sempre.
Il trading automatico non significa «accendi e dimentica».
Significa costruire un’infrastruttura affidabile, sapere che prima o poi qualcosa si romperà comunque e avere già deciso, a mente fredda, cosa fare quando succederà.
L’automazione toglie l’essere umano dal click.
Non lo toglie dalla responsabilità.
L’avevo imparato durante il mio primo Canada, guardando tutto da dipendente: i sistemi erano automatici, ma c’era un’intera azienda pronta a sorvegliarli.
Oggi, grazie a software più accessibili e all’AI, costruire strumenti di monitoraggio del genere è molto più semplice di allora.
Ma qualcuno deve comunque pensarli, testarli e sapere come reagire.
E oggi, nel mio piccolo, quell’azienda sono io.
+6% non significa niente
E adesso torniamo al numero, perché te l’ho promesso: quel +6% non significa assolutamente niente.
Sarebbe potuto essere -6%.
Sarebbe cambiato qualcosa nella qualità dei miei sistemi? No.
Sarebbe cambiato tutto nello screenshot, però.
Nessuno posta la settimana rossa con scritto “guadagna mentre viaggi”.
Due settimane di trading sono rumore statistico. Non “quasi rumore”: rumore.
Blair Hull, uno dei trader intervistati da Jack Schwager in The New Market Wizards, arrivò ai mercati dopo aver affrontato blackjack e poker con un approccio rigorosamente matematico.
Racconta che, nonostante fosse un giocatore di altissimo livello, a poker riusciva a chiudere in profitto circa il 55% delle serate.
E quando gli chiedono se perdere lo disturbi, risponde: per niente.
“So che sto giocando correttamente… nel breve periodo la maggior parte delle fluttuazioni è dovuta alla fortuna, non all’abilità.”
Rileggi quella frase, perché dentro c’è tutto: si può giocare correttamente e perdere la serata.
Si può giocare malissimo e vincerla.
Il breve periodo non ti dice quasi nulla su quale delle due cose stia succedendo.
Il marketing ti racconta il profitto, perché il profitto sta comodo in uno screenshot.
La realtà si giudica su un campione ampio e coerente con la frequenza del sistema, attraversando periodi e condizioni di mercato differenti.
Tutte cose che in uno screenshot non entrano.
Te l’ho fatto vedere in concreto quando ti ho raccontato i miei ottantaquattro giorni col conto sott’acqua.
Quindi no, non ti sto dicendo che i miei sistemi funzionano perché hanno fatto +6% in un paio di settimane in cui ero in vacanza.
Ti sto dicendo l’esatto contrario: se qualcuno usa una settimana per dimostrarti qualcosa, ha appena finito di dimostrarti che non sa di cosa parla.
O peggio: lo sa benissimo.
La libertà, quella vera
Allora, dopo anni passati a costruire sistemi, infrastruttura, alert e procedure, che cosa mi sono comprato davvero?
Non la libertà della prima pagina di Elder.
Quella, almeno nella forma in cui viene raccontata, non l’ho ancora vista in anni di mercati. E diffido di chiunque dica di averla trovata.
Mi sono comprato tempo.
Due settimane vere, piene, in cui la mia testa era sui laghi e non sui grafici.
E mentre io vivevo il viaggio, il mio capitale continuava a lavorare secondo un processo già definito. A volte in profitto, altre in perdita. Ma senza dipendere dalla mia presenza davanti a uno schermo.
Mi sono comprato anche qualcosa di più sottile, e forse ancora più prezioso: la fiducia nel processo.
Sapere che ciò che ho costruito continua a funzionare mentre io sto vivendo.
E sapere che, quando qualcosa si rompe (perché prima o poi succede) esiste già un piano che non richiede lucidità totale, coraggio o ispirazione.
Richiede solo esecuzione.
Il lavoro non è sparito.
Si è spostato.
Dal cliccare “Buy e Sell” al progettare strategie, validarle seriamente, monitorarle, migliorarle e costruire i sistemi che mi avvisano quando qualcosa smette di funzionare.
È un lavoro diverso da quello del trader con il dito sul mouse.
Ma resta un lavoro.
Chi ti racconta il contrario non ti sta vendendo un sistema.
Ti sta vendendo la sdraio.
Ci risentiamo presto,
un abbraccio,
Damiano
DISCLAIMER:
Risultato storico del mio conto nel periodo indicato, non rappresentativo di risultati futuri.
Il trading comporta il rischio di perdita del capitale.
Vuoi vederlo fare dal vivo?
Il 16, 18 e 19 novembre alle 20:30 costruiamo insieme, online e gratis, una strategia con l'AI e la mettiamo alla prova su vent'anni di dati.
Questo articolo è uscito prima nella newsletter di Damiano su Substack.







