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Non devi fare niente per continuare a perdere

Ho perso i miei primi 800 euro mentre la strategia funzionava.

Damiano Dotto · · 9 min di lettura

Questo articolo nasce da un’idea che mi è venuta qui, a Molveno (Trento), immerso nella natura e davanti a questo fantastico orso di legno che, almeno per me, non può che rappresentare il bear market.

Non ho perso i miei primi 800 euro (nel 2015) perché avessi sbagliato strategia.
La strategia era esattamente la stessa che usavo sul conto demo, dove funzionava.

Sulla carta non l’avevo cambiata passando al reale: stesse condizioni di ingresso, stesse uscite, stessi strumenti, stessi orari.
E non li ho persi perché il mercato mi fosse andato contro.

Quei giorni lì non c’era niente di anomalo.
Nessun evento macroeconomico, nessuno di quei movimenti pazzeschi dati dalle news o dagli earnings che ti spazzano via il piano e di cui poi si parla per settimane.

Li ho persi perché avevo smesso di fare qualcosa.
Non perché ne avessi fatta una di troppo.

Questa è la parte che ci ho messo anni a capire, e va contro il modo in cui siamo abituati a pensare all’errore.

Un errore è una cosa che fai.

Nel mondo dei mercati finanziari non funziona così:
la maggior parte dei soldi che ho perso in vita mia me li sono persi non facendo.

In questo pezzo ti racconto le tre scorciatoie che avevo preso senza accorgermene nessuna delle quali, presa singolarmente, sembra un errore.

Piccola parentesi prima di partire: il 10 settembre alle 20:30 terrò una diretta gratuita di 90 minuti in cui costruiremo insieme un trading system con l’AI, dal ragionamento iniziale fino a test e validazione.

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Al casinò devi spingere le fiches

Prendi qualsiasi forma di gioco d’azzardo: una mano di poker, una puntata alla roulette, una scommessa sportiva.

Hanno tutte una caratteristica strutturale così ovvia che quasi non ci facciamo caso:
a un certo punto finiscono.

La mano si chiude.
La pallina si ferma.
La partita termina.
Il risultato diventa definitivo.

C’è un momento preciso in cui il gioco smette di essere aperto e diventa un fatto.

E per perdere ancora devi compiere un’azione fisica: raccogliere le carte, spingere le fiches al centro del tavolo, rimettere mano al portafoglio o alla carta di credito.

Ogni nuova perdita richiede una tua decisione attiva, presa in un momento preciso, con la mano che si muove.

Il trading e gli investimenti non hanno niente di tutto questo.

Non c’è una campanella che chiude la posizione.
Non c’è un dealer che raccoglie le carte e ti guarda in attesa.
Il mercato non ti manda a casa: se sei dentro un’operazione che perde, puoi continuare a perdere senza fare assolutamente nulla.
Puoi non guardare.
Puoi chiudere il laptop.
Puoi andare a dormire o in vacanza.

Mark Douglas lo scrive in Trading in the Zone (sì, è un libro che cito spesso), e usa un’espressione che quando l’ho letta mi ha dato la sensazione precisa di essere stato descritto:

«Il trading non ha una fine formale.
Il mercato non ti farà uscire da un’operazione. […] puoi diventare un perdente passivo.
Vuol dire che, una volta dentro un’operazione in perdita, non devi fare niente per continuare a perdere. Non devi nemmeno guardare.»

Mark Douglas, Trading in the Zone

Perdente passivo.
Non distratto, non sfortunato, non emotivo.
Passivo.

Fermati un attimo su cosa implica, perché è una cosa più grande del trading.

In qualsiasi altro mestiere che conosco, la pigrizia produce assenza di risultato.

Il conto della pigrizia è sempre una cosa che non c’è: un’occasione mancata, un progetto in ritardo, un anno uguale al precedente.

Fa male, ma è lento, silenzioso, e quasi sempre recuperabile.

Nel mercato invece la pigrizia produce generalmente un risultato negativo.
Non un mancato guadagno: una perdita.
Un numero con davanti il segno meno.

È l’unico ambiente in cui abbia mai lavorato dove la modalità pigra e la modalità perdente sono spesso la stessa modalità.

Il conto demo non era finto.
Era gratis.

La spiegazione standard di perché la maggior parte di chi approccia questo mondo guadagna in demo e perde nel reale è che in demo non hai i soldi veri, quindi non hai la paura.
La paura ti fa chiudere presto le operazioni buone e tenere aperte quelle cattive.

In generale condivido e sono d’accordo.

Nel mio caso non era la spiegazione giusta, e me ne sono accorto solo il giorno in cui ho confrontato cosa facevo nei due periodi invece di come mi sentivo.

In demo eseguivo il processo intero.
Tutto.
Dalla A alla Z.

Aprivo la lista multi-asset che mi ero costruito, passavo gli strumenti uno per uno, segnavo dove le condizioni c’erano e dove no, decidevo, e poi gestivo la posizione fino alla fine davanti al pc.

Non lo facevo perché fossi più disciplinato.
Lo facevo perché non mi costava niente.

Qui c’è il punto che mi è servito capire.
In demo ogni azione ha lo stesso prezzo, e quel prezzo è zero.
Analizzare, non entrare, aspettare tre giorni, ricontrollare: tutto costa uguale, cioè nulla.

Quindi eseguivo tutto, e sembrava disciplina.

Nel reale ogni azione ha acquisito un prezzo diverso.
Non in euro. In fatica.

E il prezzo di ogni azione non lo decide il tuo carattere.
Lo decide il posto da cui lavori.

Nel periodo in cui ho perso quegli ottocento euro avevo smesso di lavorare alla scrivania.
Mi mettevo sul divano, con un solo schermo.
È successo un giorno alla volta, quasi senza accorgermene.

Ed è la spiegazione tecnica di tutto il resto dell’articolo, perché su un solo schermo, sprofondato in un divano, passare quindici strumenti uno per uno diventa un’operazione costosa, mentre premere un pulsante di acquisto resta comodissima.

Tre scorciatoie, nessuna delle quali sembrava un errore

Queste sono le tre.
Le ho ricostruite a posteriori, ed è imbarazzante quanto siano ordinate.

Ho guardato questo elenco e ci ho letto una cosa sola: sono stato pigro, punto.
Poi ho notato un dettaglio che descrive una realtà ben diversa.

Guarda le direzioni.

Nella riga in mezzo ho fatto più di quello che il piano prevedeva.
Nelle altre due ho fatto meno.

Se la pigrizia fosse semplicemente “fare meno cose”, la riga in mezzo non dovrebbe esistere.
Forzare un’entrata è un’azione in più, non in meno: richiede di guardare, decidere, cliccare.
Ed è proprio quella che ho fatto di più, nel periodo in cui avevo meno voglia di lavorare.

La spiegazione è banale quando la vedi.
Entrare costa un click.
Gestire ti costa un pomeriggio.

Aprire una posizione richiede dieci secondi e ti restituisce subito qualcosa: un po’ di adrenalina, la sensazione di essere operativo, l’illusione di stare raccogliendo informazioni sul mercato.

Fare l’analisi completa richiede un’ora e non ti restituisce niente di visibile.

Gestire una posizione per tre giorni richiede attenzione continua e, anche lei, non ti restituisce niente di visibile se non alla fine.

Quindi in modalità risparmio energetico non ho ridotto la mia attività.

L’ho ridistribuita.
Verso l’unica azione che costava poco, e via dalle due che costavano tanto.
Con la sfortuna che le due che costavano tanto erano anche le due che producevano il risultato.

E qui arriva il corollario che mi ha dato più fastidio, perché me lo sono raccontato per mesi come se fosse una virtù: «questa settimana ho operato poco» non è un indicatore di disciplina.
Può essere l’esatto contrario.
Un mese con poche operazioni può voler dire che hai rispettato il piano alla lettera, oppure che hai saltato metà dei segnali validi e forzato tre entrate che non c’erano.

Il numero che vedi è identico.
Il conto è opposto.

E si risolve in un modo solo, ed è noioso: scrivere prima cosa il piano prevedeva, e poi contare gli scarti.

Fuori dal mercato funziona uguale, solo con tempi più lunghi

Da sei anni non ho nessuno che mi dica quando iniziare, dove stare, come organizzare la giornata.

È la cosa per cui ho lavorato, e non la cambierei.
Ma ho smesso di chiamarla libertà, perché la parola porta fuori strada.

Tecnicamente è un sistema a cui sono stati tolti tutti i vincoli esterni.
E un sistema senza vincoli esterni ha un comportamento prevedibile: se non gliene dai di interni, va in risparmio energetico.

La differenza è che fuori dal mercato il conto può arrivare dopo mesi, sotto forma di cose che non sono successe. Nel mercato può arrivare in pochi giorni, sotto forma di soldi che non ci sono più.

Douglas ha una descrizione di questo passaggio con cui concordo al 100%:

«È come se avessimo trovato un’Utopia in cui c’è libertà completa, e poi qualcuno ci battesse un colpetto sulla spalla e dicesse: “Ehi, devi crearti delle regole, e non solo: devi anche avere la disciplina di rispettarle.”»

Nota che sono due lavori distinti, e lui li separa con cura.

Quasi tutti fanno il primo: un piano scritto, un documento, una nota sul telefono, magari un file fatto bene.

E poi si stupiscono che non basti.

Il primo lavoro è quello facile: lo puoi fare in un pomeriggio, di buon umore, con un caffè davanti e la sensazione gradevole di stare mettendo ordine.

Il secondo lavoro non lo fa il te di oggi.
Lo fa il te di un martedì sera qualsiasi, stanco, che ha già guardato uno schermo per sei ore e vorrebbe soltanto che la giornata finisse.

Non ho aumentato la disciplina.
Ho cambiato il costo delle azioni.

Quando ho provato a risolverlo con la volontà, ha funzionato per due settimane. Sempre.
Ogni volta, con una regolarità che a ripensarci fa quasi ridere: due settimane di esecuzione perfetta, poi una giornata storta, e il sistema tornava esattamente dov’era.

Quello che ha funzionato per me è stato smettere di lavorare sulla forza di volontà e iniziare a lavorare sull’ambiente: rendere costose le azioni sbagliate e semplici quelle giuste.

In concreto, ho cambiato tre cose noiose.

  1. La postazione è tornata a essere il posto in cui fare l’analisi completa è facile. Stare sul divano a guardare il mercato, invece, l’ho reso scomodo.

  2. Le condizioni di ingresso sono scritte su una lavagnetta accanto alla scrivania, che devo guardare prima di operare invece di affidarmi alla memoria.

  3. E soprattutto: quasi tutto quello che allora facevo a mano oggi lo esegue un sistema. Il costo di seguire il piano diventa quasi zero. Quello di improvvisare, invece, diventa molto più alto: per farlo devo fermare qualcosa che sta già girando. Devo prendere una decisione consapevole. Come spingere le fiches.

Questa è tutta la ragione per cui automatizzo, e non è quella che viene venduta di solito.
Non automatizzo per lavorare meno.
Automatizzo per sbagliare meno: per togliere dalle mani del me stanco le decisioni che il me lucido aveva già preso.

Ed è esattamente una delle cose che vedremo nella diretta del 10 settembre: come trasformare un’idea in regole precise, costruire un trading system con l’AI e capire se quello che ne esce è davvero valido.

Le regole si scrivono da lucidi e si eseguono (probabilmente) da stanchi.

Se il te stanco può cambiarle mentre opera, non sono regole: sono desideri con una formattazione migliore.

E l’onestà finale, che mi tocca.
Non è che oggi sono una persona disciplinata.
Ho gli stessi giorni senza voglia di quando avevo iniziato, con la differenza che adesso ne ho anche di più, perché ho più cose da portare avanti.

Quello che è cambiato è che oggi ci sono molti meno momenti in cui la mia voglia conta qualcosa.

La disciplina non è resistere alla tentazione.
È ridurre il numero di momenti in cui la tua voglia conta qualcosa.

Ci vediamo in diretta il 10 settembre,
Damiano

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Il 16, 18 e 19 novembre alle 20:30 costruiamo insieme, online e gratis, una strategia con l'AI e la mettiamo alla prova su vent'anni di dati.

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Questo articolo è uscito prima nella newsletter di Damiano su Substack.

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